Adolescenti e Intelligenza Artificiale: guida per i genitori per un uso sicuro e consapevole dei chatbot

adolescenti e intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è entrata nella quotidianità degli adolescenti senza clamore, quasi in punta di piedi, ma con un impatto profondo. Non è più soltanto uno strumento per fare ricerche o correggere un compito: per molti ragazzi è diventata una presenza con cui parlare, confrontarsi, persino confidarsi. È un cambiamento che come genitori non possiamo ignorare, perché modifica il modo in cui i nostri figli vivono le emozioni, cercano risposte e costruiscono la propria identità.

Adolescenti e chatbot

Negli ultimi anni, infatti, sempre più adolescenti si rivolgono ai chatbot non per motivi scolastici, ma per colmare momenti di solitudine, chiedere consigli su questioni affettive o trovare conforto quando si sentono in difficoltà. L’algoritmo diventa così un “confidente digitale”, percepito come sempre disponibile, non giudicante e sorprendentemente empatico. È facile capire perché questa relazione sia così attraente: un adolescente che fatica a esprimere le proprie fragilità nel mondo reale può trovare rassicurante la neutralità di una macchina.

Tuttavia, proprio questa apparente sicurezza può trasformarsi in un rischio. Un chatbot non prova emozioni, non comprende davvero ciò che gli viene detto: elabora, calcola, simula. Quando un ragazzo attribuisce a queste risposte una profondità che non esiste, si crea un legame sbilanciato, in cui la vulnerabilità è tutta da una parte. È importante che i genitori aiutino i figli a riconoscere questa differenza, spiegando che l’empatia dell’IA è solo un’illusione ben costruita e che nessuna macchina può sostituire la complessità di un rapporto umano.

L’invito dell’UNICEF

Per questo motivo, l’UNICEF invita le famiglie a introdurre una vera e propria alfabetizzazione algoritmica. Non si tratta di fare lezioni tecniche, ma di accompagnare i ragazzi a capire come funziona l’IA, quali limiti ha e perché non può essere considerata un interlocutore alla pari. Parlare insieme delle risposte dei chatbot, commentarle, metterle in discussione, è un modo efficace per trasformare l’uso dell’IA in un’esperienza condivisa e non in uno spazio privato e isolato.

È altrettanto importante stabilire confini chiari. I ragazzi devono sapere che non tutto può essere affidato a un chatbot: emozioni profonde, problemi personali, decisioni delicate richiedono un confronto umano. Allo stesso tempo, è fondamentale spiegare loro che ciò che scrivono non è mai completamente “privato”. Le confidenze affidate all’IA diventano dati, e questi dati possono contribuire a costruire profili psicologici difficili da modificare. Proteggere la privacy, oggi, significa proteggere la propria identità.

Il ruolo della Scuola

La scuola ha un ruolo decisivo in questo percorso. Non può più limitarsi a considerare l’IA come un rischio per la didattica o come uno strumento di plagio. Deve diventare un luogo in cui si impara a usare l’intelligenza artificiale con spirito critico, distinguendo ciò che è informazione da ciò che è simulazione. È importante che i genitori dialoghino con gli insegnanti, chiedano quali strumenti vengono utilizzati e come vengono affrontati i temi della cittadinanza digitale e della sicurezza emotiva.

Il ruolo della Famiglia

In tutto questo, però, il punto centrale resta la relazione familiare. Se un adolescente preferisce confidarsi con un chatbot piuttosto che con un adulto, il problema non è la tecnologia, ma la mancanza di uno spazio umano in cui si sente davvero ascoltato. Creare momenti di dialogo autentico, senza giudizio e senza fretta, è la migliore forma di prevenzione. Nessun algoritmo potrà mai sostituire la sensazione di essere compresi da una persona reale.

Una opportunità

L’intelligenza artificiale può essere un’opportunità straordinaria, ma solo se i ragazzi imparano a usarla senza perdere il contatto con ciò che li rende umani. Il compito dei genitori non è proteggere i figli dalla tecnologia, ma aiutarli a navigarla con consapevolezza, ricordando loro che nessuna risposta generata da una macchina potrà mai avere il valore di una conversazione sincera, di uno sguardo attento o di una mano sulla spalla.

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